domenica 7 febbraio 2016

The Revenant

The ReVeNant

Il mio problema con il cinema è che su certe cose sono forse un po’ troppo pignolo.
Se un film è dichiaratamente trash accetto ogni tipo di stronzata, anche se un film è mediamente trash, o anche se contiene un pizzico di trash.
Ma da un film apparentemente serio no.
In questo film Leonardo di Caprio dà una grande prova fisica, forse non attoriale, ma fisica di sicuro. Molti hanno detto che se con questo film Leo non prenderà l’Oscar non lo prenderà mai più, ma dopotutto per tre quarti di film striscia, rantola, ansima e tossisce e dico che se mi sbatti sulla neve e mi fai strisciare tra rocce alberi e sterpaglia per 10 minuti pure io rantolo ansimo e tossisco, e anche di più. 
Allora, premesso che su di Caprio si abbattono una serie di sfighe tali che in confronto Giobbe si divertiva in discoteca, e che le probabilità che una serie di sfighe di questo tipo si abbattano su un’unica persona sono molto basse, le due-tre cose che ho rilevato nel film e me ne hanno impedito la visione scevra da irritazione, perché continuavo a ripensare: “bello sì, ma questa è una stronzata che la mia mente non tollera”, non dipendono molto da ciò.
Vi prego, se avete intenzione di vedervi il film senza sapere nulla, non continuate a leggere perché le seguenti righe contengono diverse anticipazioni che forse non volete sapere.
Inizialmente Di Caprio, insieme al figlio pellerossa e un manipolo di cacciatori di pellame sono in fuga da un gruppo di pellerossa ladri che hanno ammazzato metà dei pellicciai per rubare le pelli e rivenderle a un gruppo di cacciatori di pelle francesi e stronzi che non hanno voglia di faticare 6 mesi ma vogliono tutto pronto e imballato per poterlo pagare una pipa di tabacco agli indiani. I francesi parlano in francese tra di loro, e non sanno parlare le lingue indiane.
Voi vi chiederete...Estiqatsi ? 
Attenzione, è un particolare importante che capirete poi.
Dopo che Di Caprio è stato aggredito e mezzo maciullato da un orso, visto che non sembra guarire in mezza giornata gli amici per la pelle lo abbandonano da solo e lui se la deve cavare.


Nel frattempo gli viene ammazzato il figlio davanti agli occhi da un pellicciaio più pragmatico degli altri e questo fa sì che almeno Di Caprio non si lasci morire, ma che mediti vendetta tremenda vendetta. 
Altrimenti il film sarebbe finito qui. 
Appena da solo, Di Caprio si rianima quel tanto che basta per strisciare per mezz’ora nella foresta, e dopo un bel numero di grugniti e rantoli raggiungere uno spuntone a picco su un fiume.
Primo piano di DiCaprio che guarda il fiume, molto lontano. Stacco.
2 secondi dopo lo vediamo con la faccia immersa nel fiume che si abbevera e riempie la borraccia.
????? 
Premesso che visto il suo stato di salute e quanto tempo ci aveva messo a trascinarsi per la foresta, per arrivare al fiume ci avrebbe messo un paio di giorni (e non ci sarebbe mai arrivato vivo), mi vuoi spiegare o tu Inarritu di barba vestitu come cazzo ha fatto?
Magari potevi aggiungere una decina di secondi in cui si vedeva un sentiero e Di Caprio che scendeva al fiume rotolando e rantolando. 
Improbabile, ma non totalmente impossibile.
Vabbene, tiriamo avanti, e cataloghiamo questa scena del crimine come “Stronzata numero 1”.
Passiamo alla Stronzata numero 2-3 (questa è più articolata). 
Di Caprio si riprende un pochino, e rantolando e zoppicando comincia il lungo percorso per raggiungere il fortino, dove si nasconde colui che gli ha ucciso il figlio. Nel frattempo nevica, piove e Leo rischia costantemente la morte per assideramento, per fame e per mano degli allegri indiani che continuano a stargli addosso.
Durante la sua faticosa marcia incontra un indiano triste e solitario, il quale decide, con una ceta ritrosia (avrà pensato “ma che niente niente questo tizio magari porta sfiga?”) di farlo salire a cavallo e di curargli le ferite. A un certo punto l’indiano si accorge che sta per arrivare un tempesta e si trasforma in Mr. Bricolage: in un lampo taglia alberi, riesce a trovare legna asciutta e in mezz'ora costruisce una capanna solidissima, ci accende dentro un bel fuocherello e ci sbatte dentro di Caprio rantolante e febbricitante, al riparo. 
L’indiano invece decide di star fuori per ragioni a me ignote.
Al mattino, dopo una bella sudata e un’aspirina, di Caprio si sveglia, esce dalla capanna e starebbe anche benino, se non trovasse come sorpresina l’indiano appeso a un albero, impiccato a pochi metri da lì.
Ma che caz? Cosa è successo?
Eeeeeh, sono stati i francesi stronzi che hanno incrociato l’indiano e l’hanno impiccato su due piedi.
Eh si sa, il viaggio è lungo, le distrazioni scarseggiano e un indiano che se ne sta pacifico fuori all’aperto non si trova facilmente, per cui non si potevano lasciare sfuggire questa occasione.
Naturalmente non hanno nemmeno fatto caso a quella strana capanna da cui esce un filo di fumo, a dieci metri dall’indiano.
Sono pure riusciti ad appendere al collo dell’indiano impiccato un cartello con su scritto, in francese, “siamo tutti selvaggi”.
Eh?
Non ha importanza che all’epoca buona parte dei cacciatori fosse analfabeta.
Non ha importanza che non ci fosse altra anima viva nel raggio di diecimila chilometri (a parte gli indiani che notoriamente sanno leggere e scrivere in perfetto francese), per cui non c'è alcun motivo di scrivere un cartello a monito del nulla.
MA
Stendiamo delle ipotesi a macchia di Leonardo, ehm, leopardo. .
1- “Hey, c’è di Caprio nelle vicinanze, scriviamolo in francese, così cerca di capire cosa cazzo significa".
2- “Haha dai, ammazziamogli l’indiano, sai che faccia fa quando esce!”. 
3- Tutti i cacciatori francesi sono guerci dell’occhio destro, e la loro visione periferica non ha potuto notare così la capanna dove dormiva (rantolando) Leonardo di Caprio.
Da questo punto in poi del film ho messo il pilota automatico e me lo sono visto fino alla fine senza prenderlo troppo sul serio.
Ad ogni modo ci sono delle riprese pazzesche, un montaggio serratissimo e la natura è incredibile.

Ecco.

lunedì 11 maggio 2015

FactoryFoodFest

Andrea Salvetti, amico designer artista, insieme alla rivista Cookinc mi ha invitato alla prima edizione del FactoryFoodFest…
Ma che cos’è?  Nonostante le spiegazioni di Andrea io non ci ho capito niente.
Dovrebbe essere una specie di “rave sul cibo”, l’antitesi dell’atmosfera istituzionale che ruota intorno all’EXPO, e si dovrebbe svolgere all’interno del suo laboratorio, che è piuttosto grande e ha anche un ampio spazio-giardino esterno.
Io arrivo alle 13.30, e mi fanno prelevare con un macchinone marcato Infiniti, che altro non è che la brand di lusso della Nissan, uno dei tanti sponsors. 
L’autista è ciarliero e gioviale, e ogni tanto mi chiede di commentare le prestazioni della macchina:
“che ne pensa? Eh, Eh?”. Io non riesco a confessargli che non ho nemmeno la patente, e che poi difficilmente nella mia attuale vita riuscirò a raggranellare la cifra sufficiente per per comprarla.
Arrivato a destinazione, trovo per primo Alessandro Ciffo, che sta armeggiando sotto il sole con una struttura metallica e dei potenti elastici. Dovrebbe servire da “shakeratore meccanico”. Uno shacker posto all’interno della complessa struttura di elastici ricevererà potenti spinte e offrirà il mixaggio perfetto.





Questa manifestazione comincia a diventare più chiara: è un mischione di sagra, performance artistica, degustazione e sperimentazione sulla cucina. Ci sono svariati, barman, cuochi, chef stellati, produttori di birra, di maiale, di carne, di pasticceria, di pasta artigianale. aziende vinicole, di caffè, di liquori, e ancora pesce alla brace, pane, salumi, frattaglie, formaggi valdostani. 
Qui la vita per i vegetariani sarà molto dura, dovunque ci sono isole per cucinare. Grandi bracieri allì’aperto progettati da Salvetti per mettere sulla brace e sulla graticola qualsiasi cosa.
Un uomo enorme continua dalla mattina a scorticare prosciutti.
In un’altra zona stanno grigliando tutti i tipi di salsicce e delle specie di animelle impanate, marinando carni… E’ il paradiso di Lucignolo?
Io ho contribuito disegnando le etichette per tre prodotti che sono stati concepiti appositamente per la manifestazione: una pasta a forma di mattoncino forato, una miscela di farina, e il caffè MekkaMokka.




Il caffè mekkaMokka era una vecchia performance di Aldo Mondino: qui è un grande tappeto fatto di vari tipi di caffè, e a fine manifestazione verrà distrutto e ridotto in tanti sacchettini.





Stasera suoneranno due gruppi: una cover band dei Pearl Jam, e un trio formato dalla figlia di Anna Morelli, direttrice della rivista Cookinc, che sponsorizza e organizza la giornata insieme a Salvetti.
Sulla cover band dei Pearl Jam ho i brividi, mentre la band composta da due ragazzine e un batterista sta provando, vengono da Londra (la figlia della direttrice di Cookinc studia lì), e hanno un piglio niente male, vedremo.



In giro si sente parlare in varie lingue: Francese, Spagnolo, Inglese, e naturalmente anche dei bei bestemmioni in toscano. Dentro al laboratorio di Salvetti penzola, al centro, una carcassa di manzo.





Fuori si griglia come se non ci fosse un domani, e si taglia la tartara al coltello.




A un certo punto tirano fuori un'enorme padella per cuocere la pasta di mattoni forati.







Per tutto il giorno, grazie al sole a picco e alle braci sempre accese ha fatto un caldo porco. Ora scende la sera e la gente si spinge all’aperto. E’ passato anche il mio amico Vittore Baroni, inizialmente scettico, ma che poi si lascia coinvolgere dall’atmosfera agreste-situazionista.
E’ arrivato Davide Sgabin, del ristorante Combat.Zero di Rivoli, chef stellato molto quotato nel mondo, che a un certo momento si produrrà in una strepitosa bagna cauda utilizzando un metodo arditissimo (getterà nella bagna cauda dei carboni ardenti, producendo uno straordinario sapore affumicato e pure un casino di fumo soffocante).
All’aperto Alessandro Ciffo ha fatto preparare un dolce che ricorda le sue creazioni in silicone, solo che si tratta di budini alla frutta.




Anche altri pasticceri all’interno stanno facendo assaggiare ardite combinazioni, come degli ottimi macarones al caprino e altra roba che ormai stento a identificare.
Ovunque è un assaggio di salumi, formaggi, salsicce di fegato, trippa, capocollo e coppa di testa. Se ci fosse un unicorno, grillerebbero pure quello. 




In un’altra area sta suonando il gruppo cover dei pearl Jam, ma a me i Pearl Jam han sempre fatto cagare, indipendentemente dal valore tecnico della band, per cui ignoro il concerto bellamente.
Dall’alto tutto questo ribollire di pentole sembra una bolgia dell'Inferno di Dante.




Inizia a suonare la band con le ragazzine da Londra, si chiamano Bone, e il loro concerto migliora decisamente la mia serata. Sono la conferma che il R’nR o ce l'hai o no, e loro ne hanno a pacchi. Compatte, semplici, dure, piene di attitudine. Suonano senza virtuosismi e tirano dritto. Le amo fin dal primo pezzo, suonano solo pezzi loro.






Ritrovo più tardi la ragazzina toscana-chitarrista della band, molto contenta e ubriaca in fila per andare al cesso, e le dico che il loro concerto è stato uno dei momenti migliori della kermesse gastronomica ( e sono onesto, la band mi è piaciuta un casino, e si che di concerti ne ho macinati…), a sorpresa lei si gira e mi schiocca un piccolo bacio sulla guancia. Io mi commuovo… Eh Giacon, stai proprio diventando vecchio… Le faccio omaggio del suo piccolo ritratto.



Più tardi una signora spagnola mi attacca un pippotto di complimenti sui disegni, io equivoco e penso che voglia un ritratto pure lei . Glie lo faccio al volo, ma lei mi fa “no, no, non volevo un ritratto, e poi non mi somiglia un cazzo!”. Ad ogni modo lo prende, se lo fa firmare (mica scema), e mi schiocca due bacioni sulle guance. Ma cos’è, la primavera? La verità è che siamo tutti abbastanza alticci, così alticci che sopportiamo perfino uno spettacolo di ombre cinesi assolutamente fuori tema, che parte poco dopo. .. e poi è così poeticooooo
Sgabin parla, parla e gesticola anche lui, dice cose interessanti che però data l’ora e il tasso alcolico sono un po’ ardue da seguire.
Andrea Salvetti ha buttato dentro un’enorme pentolone un’altrettanto enorme pezzo di manzo e viole farlo lesso. Sono le 2.30 del mattino . Un po’ di gente se ne è andata.
Dopo un’ora, e dopo aver spento i deejay, una ventina di superstiti rimasti tirano fuori l’enorme pezzo di carne, un po’ di sale, due coltellacci e lo piazziamo su un gran tagliere di legno, dove si ricomincia a mangiare di gusto. Ormai è una guerra.



Alle 4 del mattino Sgabin, ormai vistosamente ubriaco, decide che vuole cucinare con gli avanzi di quello che è rimasto: trova delle verdure, del paté de fois grais, della polvere di funghi, del pepe in grani, del parmigiano e comincia ad armeggiare con grande generosità. Son finite le sigarette, ma in compenso siamo in possesso di diverse bottiglie di grappa di champagne.
Alle 5 del mattino compare un omino in giacca e cravatta, con una 24 Ore. alcuni di noi si mettono a ridere: “e questo chi è, un elfo?” hahaha, in effetti siamo tutti un po’ andati, e pensavamo che fosse un’allucinazione. In realtà è l’autista di Sgabin che è fuori ad aspettare da ore e che lui ha mandato a comprare le sigarette per tutti.


La pasta di Sgabin è pronta, tutti la mangiano ( e ci mancherebbe, nessuno ha il coraggio di farsi mancare un piatto di Sgabin creato apposta per noi). Ha voluto scorporare i grassi del fois gras, mettendoci altre cose non ben identificate e del formaggio. A mio parere sa un po’ di broccolo (che è l’unica cosa che Sgabin non ha messo), ma ormai ho le papille gustative in tilt. Una volta mangiata la pasta ci lasciamo andare a un po’ di discorsi da tossici e alle 6 del mattino Salvetti ci caccia a pedate dato che sta lievitando dal sonno. Sgabin si trascina nella macchina con autista, dove si addormenta subito, deve fare un conferenza a Torino alle 2 del pomeriggio. 
Buona fortuna. 
Io mi faccio portare da due assistenti di Salvetti alla stazione di Lucca. Chissà che treno troverò. Ho mangiato cibi di tutti i tipi e bevuto alcolici per 16 ore consecutivamente, eppure, alla faccia della gastrite, sto benissimo.


lunedì 20 aprile 2015

Case da sogno

Ho una fitta vita onirica, ma me lo ricordo solo quando mi sveglio, nel dormiveglia, per cui lo scrivo adesso che sono mezzo addormentato. Mi capita spesso di fare sogni ricorrenti, “a puntate”. 
Ho abitato nei miei sogni in diversi posti, posti in cui sono tornato più volte, di cui conoscevo bene ogni angolo, e in cui ho fatto cose di cui ho ricordi appannati. Uno di questi posti sta in uno scantinato, a cui accedevo entrando dalla vecchia baracca degli attrezzi di mio nonno, poi trovavo una scala che mi portava a un fitto intrico di corridoi sotterranei, e infine lì entravo in una porticina di un laboratorio, il mio laboratorio, dove non ricordo che facevo. Ho abitato per diverso tempo in un appartamento barocco e sfasciato, all’interno di una grande casa in via di abbattimento nel centro di Roma. Ricordo un enorme letto dalle lenzuola sfatte. Era un appartamento bianco e scrostato, ricordo anche di averci portato delle persone, a cui raccomandavo di fare attenzione, perché il pavimento scricchiolava e rischiava di crollare da un momento all’altro. Oggi ho sognato uno di quei posti, era il mio vecchio laboratorio, non ci passavo da tempo e sopra avevano costruito un grande condominio per ricchi. Ero finito per sbaglio a una festa, dove mi avevano scambiato per una persona importante, era un compleanno di un vecchio facoltoso, e pensavano che io avessi qualcosa a che fare con lui. Mi hanno chiesto di fare delle foto a tutti i partecipanti alla festa, all’interno di una grande piscina dipinta di verde che stava in un’ala dell’appartamento. Tutti gli ospiti sono entrati nell’acqua, dove sono rimasti vestiti, in piedi, in posa, con l’acqua che lambiva le loro gambe fino al ginocchio. Uno degli ospiti mi ha preso per la spalla, con atteggiamento amichevole e mi ha detto “so che un tempo venivi qui sotto, ma quel posto non ti appartiene più”.




giovedì 2 aprile 2015

Io amo il fumetto, ma è un amore ricambiato?

Quest’anno, credo dopo 15 anni, sarà il primo anno in cui non vado al Comicon di Napoli.
Sono stato gentilmente invitato dagli organizzatori, anche se non ho libri in uscita nell’immediato (ma sarà più tardi, a Settembre), non ho niente in mostra , non ho conferenze da fare, sarei lì a salutare amici, colleghi e a conoscere persone nuove. Non ho voglia di andarci. Non perché non sia un bel festival, tutt’altro, Napoli è meravigliosa, l’organizzazione molto efficiente, sono amici di lunga data.
Ma quest’anno sarebbe un po’ triste per cui preferisco fare a meno. Non c'è più lo stand di XL, 
son cambiate un po' di cose.
Forse dovrei fare una conferenza su Linus e sulla mia esperienza come autore, anche se non so a chi interessi, dal momento che non compaio nemmeno sulla copertina del cinquantenario di Linus con il personaggio di Beppe Starnazza scritto con il recentemente scomparso Roberto Freak Antoni, o  con qualcosa che io abbia disegnato su Linus nei successivi 3 anni. In fondo è sempre stato il problema legato alla mia incostanza, se mi fossi riproposto negli ultimi anni a Linus presentando una nuova strip forse ora ci sarei, nella meravigliosa copertina che sta preparando Ponchione. 
Pensavo che quest’anno ce l’avrei finalmente fatta a partecipare al premio Micheluzzi istituito dal Comicon, visto che avevo un bel libro, scritto dal premio Strega Tiziano Scarpa, ottimamente recensito, premiato a Treviso e al premio Minerva, praticamente esaurito in libreria, sottolineato nelle classifiche di Fumettologica, Wired e Panorama come uno tra i 10 migliori graphic novel del 2014. 
E invece nulla, nessuna nomination in nessuna categoria, niente miglior libro, miglior disegnatore, o miglior sceneggiatore per Tiziano, nemmeno che so, "miglior uomo di 54 anni pelato e con gli occhiali del fumetto italiano”, niente…evidentemente non me lo merito. 
Non vorrei sottolineare che né Lucca, né Napoli, né BilBolBul hanno mai nemmeno accennato a una piccola mia personale, ma poi sembra che sto sempre lì a lamentarmi. 
Naturalmente non basta lavorare con un premio Strega per essere candidati allo Strega, anzi è un viatico per essere totalmente ignorati da buona parte del mondo letterario, visto che né La Lettura, né Fahrenheit hanno dedicato un rigo o un verbo al nostro libro, ma evidentemente non lo meritavamo.
Certo, c’è sempre Facebook e gli amici di Facebook, ci sarà sempre qualche animo caritatevole che mi scriverà che sono un genio e un mito, e così l’ego è a posto.
C’è sempre la soddisfazione di far parte della storia del fumetto italiano, ma a me fa sentire una vecchia ciabatta piuttosto che una vecchia gloria.
Certo, c’è sempre la soddisfazione di avere contribuito alla formazione di una generazione di giovani illustratori, creativi e artisti, che ora guadagnano molto più di me e che quando gentilmente e generosamente mi passano i  contatti con loro agenti stranieri, questi ultimi manco si degnano di rispondere. Eh eh. Come dico sempre, l'allungamento dell'età media serve soprattutto ad allungare la dose di umiliazioni.
C’è la soddisfazione, a 54 anni, di essere ancora sfruttato, copiato, e derubato del mio lavoro da chiunque, ma se merito di essere derubato vuol dire che il mio lavoro vale qualcosa.

Insomma, avrete capito che oggi I don’t feel good, ma naturalmente da veneto testadura continuo a lavorare su nuovi progetti, nuove idee, nuovi fumetti, oggetti, mostre, quadri, installazioni musiche etc etc. 
Solo che ogni tanto ci si ferma un momento e ci si chiede perché. 



mercoledì 4 marzo 2015

Sliding doors

Durante le mie ricerche iconografiche per il nuovo libro trovo questa foto.
Quello con l’espressione da beota e il cappello da golfista sono io.
L’altro è Dave Stewart degli Eurhythmics. Che ci facciamo insieme?
1994.
Siamo all’inaugurazione della mia prima mostra a New York, nella galleria di casa Jay Chat, uno dei più grossi collezionisti d’arte contemporanea del mondo, amico fraterno di Frank Gehry, e titolare dell’agenzia pubblicitaria Chat & Day, agenzia che faceva impallidire quella dei Mad Man. 
La fotografia è di Johnny Pigozzi, mio collezionista e proprietario della fondazione omonima di arte africana contemporanea. Ero a New York con la mia gallerista milanese dell’epoca, Erica Calvi, e ospite della sua cara amica Donatella Brun, moglie di Jay Chat. 
All’inaugurazione venne Maurizio Cattelan, mia vecchia conoscenza, compagno d’asilo e di alcune avventure degli anni ’80, erano i giorni in cui anche lui stava preparando la sua prima mostra a New York. Tra gli invitati c’erano collezionisti, curatori, il gallerista della White Cube Gallery di Londra, il direttore del MOMA. 
Un anno prima, nello stesso spazio, aveva esposto un giovane e sconosciuto artista inglese, un tal Damien Hirst.  
Le opere vennero vendute quasi tutte in pochi giorni. Uno degli acquirenti fu proprio Dave Stewart. 
Praticamente ero al centro del mondo. 
Guardo la foto e penso: cosa non ha funzionato, dopo?
E un bel memento, serve a ricordarmi che il successo globale è proprio alla portata di tutti, 

e quanto sia effimero. 






venerdì 13 febbraio 2015

ETTORE

In questi giorni ho iniziato il progetto di un libro nuovo. 
Il libro fa parte di un progetto più ampio che verrà pubblicato da 24Ore Cultura, 
http://www24orecultura.com 
e che prevede la pubblicazione di una collana di libri a fumetti su architetti e designer curato da Sergio Caruso e Francesca Bazzurro. 
Io ho scelto Ettore Sottsass. Sembrava una scelta ovvia, ma alla fine mi sono trovato a fare i conti con i ricordi. 



Con Ettore ho lavorato, ho disegnato, mi sono fatto dare consigli, l’ho trasformato in un fumetto, è stata la prima persona che mi ha spinto a dipingere, l’ho ascoltato, l’ho frequentato, mi ha accolto. Non voglio fare una libro biografico, Ettore ha già raccontato molto di sé stesso .
In effetti sta uscendo una specie di libro auto-biografico, e non solo. 
Un libro ambientato a metà degli anni ’80, quando sembrava che tutto il design interessante fosse a Milano, quando allo studio Sottsass Associati passava il mondo intero. 
La testimonianza di un periodo in cui in realtà tutti non eravamo spalline imbottite, gel e Duran Duran. 
Ci saranno anche alcuni dei miei disegni d’epoca, ovviamente, ma al 99% è materiale originale.
Non voglio fare un libro nostalgico, ma sarà un libro divertente, perché ci si dimentica spesso di quanto Ettore era ironico e divertente. 
Ho scritto un canovaccio di base, ma in realtà è un libro molto immediato, lo scrivo mentre lo sto disegnando, come succedeva con molti autori degli anni ’70, da Crumb a Pazienza.
Qui ci sono alcune  pagine, dato che sarà un albo in formato e paginato alla francese, per cui se rendo pubblico materiale in più rischiate di vedere troppo, ed è meglio mantenere un po’ di mistero…

Dovrebbe uscire a settembre ma anche questa uscita non è ancora ufficializzata. Ci sto lavorando anima e core, e questo dovrebbe bastare.


mercoledì 21 gennaio 2015

Je suis Zombie

Tra una ventina di giorni riprende la seconda parte della quinta stagione televisiva di “The Walking Dead” sarà un grande successo, come le precedenti, e in genere come tutte le forme di intrattenimento che contengono all’interno del plot un’Apocalisse Zombie. 
Ma perché questo successo? Oggi mentre stavo facendo la doccia ho avuto l’illuminazione. L’Apocalisse Zombie ha successo non perché attraverso l’orrore noi sublimiamo le nostre paure mediante una visione catartica di morte e desolazione, ma perché viene descritta un’utopia. Il mondo di Walking Dead è molto meglio del nostro presente.
Nel mondo di Walking Dead non esistono più le religioni, sì certo, all’inizio qualcuno decide di non uccidere gli zombies e di chiuderli nel granaio perché comunque potrebbero essere delle divinità risorte, ma basta perdere qualche familiare nello stomaco dei non morti per cominciare a ragionare in maniera più pragmatica. 
Non devi andare a lavorare nel mondo di Walking Dead.
Non devi pagare le tasse, non devi fare la fila alle poste, non devi aver paura di Equitalia nel mondo di Walking Dead. Non ti telefonano per chiederti se vuoi cambiare contratto telefonico nel mondo di Walking Dead perché i telefoni non funzionano più nel mondo di Walking Dead.
Devi solo stare attento a non farti mangiare vivo, ma tutto sommato la vita è semplice: stai all’aria aperta, cambi spesso casa, ogni tanto spari in testa a qualche zombie che si avvicina troppo, e nessuno ti metterà in galera per questo: sono già morti. I conflitti sociali si risolvono facilmente.
Non esistono i social network, di conseguenza non si passa la giornata inutilmente cercando di avere l’ultima parola chattando nei vari forum nel mondo di Walking Dead.
Non ci sono selfie nel mondo di Walking Dead.
Non ci sono papa, imam e politicanti nel mondo di Walking Dead. I preti superstiti si sono chiusi in chiesa (lasciando i fedeli fuori a farsi masticare). 
Non devi produrre nulla, nel mondo di Walking Dead, non ci sono più fabbriche che sfruttano risorse naturali, e comunque per i superstiti c’è ancora benzina sufficiente per secoli che giace immagazzinata in vari container e pompe di benzina, per non parlare di quella che si può succhiare dai milioni di veicoli abbandonati. 
La natura cresce rigogliosa nel mondo di Walking Dead.
Gli animali si possono riprodurre in pace, sono troppo veloci per essere preda degli zombie, che per altro manifestano poco interesse nei loro confronti, preferiscono mangiare carne fresca di umani. 
Nessuno produce arte nel mondo di Walking Dead, di nessun tipo, a parte qualche canzone davanti al fuoco, di conseguenza non ci sono critici e altri artisti invidiosi di te.
Nel mondo di Walking Dead non ci si interessa di geopolitica, le comunicazioni a lungo raggio sono tutte saltate, non sai cosa sta succedendo negli altri paesi, e non te ne importa una sega. Nel mondo di Walking Dead non sei molto curioso. 
Nel mondo di Walking Dead sei molto ecologico, perché consumi tutto il cibo dei supermercati e dei negozi di alimentari che altrimenti sarebbe stato buttato via.
Non esiste lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, nel mondo di Walking Dead. Qualcuno ha tentato di legare all’aratro degli zombie per usarli come forza lavoro a costo zero, ma si sono dimostrati pessimi operai. 
Al sabato sera, se vuoi fare una seratona, ti cospargi di sangue putrido di cadavere e ti infili in un branco di zombie, che così non ti riconoscono e non ti mordono, ed è un po’ come stare allo stadio o in discoteca, con un po’ di immaginazione.
Se ti rompi le balle di girare sempre intorno ad Atlanta, potresti sempre andare verso il mare, prendere uno yacht o una barca a motore e startene a pescare comodamente al largo, e raggiungere delle isole per i rifornimenti idrici ogni tanto. 
Questo non l’ha ancora fatto nessuno nel magico mondo di Walking Dead, ma se lo faceva finiva anche la serie e il divertimento. 
Se muori, poco dopo ritorni in non-vita come zombie, e chissà, magari da zombie ti diverti pure, nel mondo di Walking Dead.